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     Primo documentario 2007

 

 Nel 2007 per la preparazione di un mio lungometraggio ho realizzato delle riprese di concerti di musica gipsy al Godor Club di Budapest, doveva essere solo un casting per la selezione di un gruppo musicale da inserire nel film. Una volta in montaggio ci siamo resi conto che la conoscenza delle persone, le interviste e la ricchezza dei differenti stili che spaziavano dalla musica folk alla ricerca che sfocia nella world music rendevano il “casting” già un piccolo documentario. Inoltre le persone cui era mostrato manifestavano l’interesse per saperne di più della vita dei protagonisti del filmato e dei luoghi in cui abitano.

Nello stesso periodo esplodeva sui quotidiani italiani l’allarme Rom, con la migrazione forzata dei Sinti dalla Romania e i fatti di cronaca, di piccola e grande criminalità che tuttora li vedono protagonisti, enfatizzati al punto da rischiare di creare un diffuso razzismo.
 

Progetto seconda parte a distanza di anni in sviluppo
 

A distanza di anni il nuovo progetto parte dal racconto di come si sono sviluppate in Ungheria le storie di successo e di speranza che avevo raccolto nel primo documentario. E se pur con tutte le difficoltà dovute al fatto di essere una minoranza con una propria cultura con aspetti in contrasto con quella della maggioranza, la loro situazione si fosse evoluta in senso positivo, oppure se il vento di nazionalismo che percorre l'Europa avesse peggiorato anche le loro condizioni di vita. Per esempio allontanandoli dal centro storico di Budapest o discriminandoli sul lavoro. E' inevitabile che in un periodo di intolleranza diffusa si crei un parallelismo con la situazione dei Rom in Italia, che è resa ancora più difficile dall’incapacità delle istituzioni, pur a volte d’accertata buona volontà, di affrontare un fenomeno così vasto in tempi brevi. La permanenza forzata in campi senza energia, acqua, scuole e servizi, rende i rom malvisti nei quartieri nelle cui vicinanze si sistemano e portano a gesti d’insofferenza da parte degli abitanti, che sfociano in veri e propri pogrom, durante i quali le baracche vengono bruciate e gli occupanti sono costretti a fuggire, abbandonando le poche cose. Il circolo vizioso ricomincia con la ricostruzione di baracche in altre periferie o con l’inizio di un percorso precario d’alloggio nelle scuole, parrocchie, centri d’accoglienza, spesso con le famiglie divise tra uomini da una parte e donne e bambini da un’altra.

 

Ma lo stimolo principale che mi spinge a riprendere in mano un documentario già finito da anni, nasce dalla consapevolezza che la teoria dei “Sei gradi di separazione” rende piccolo il mondo e che siamo tutti interconnessi da una rete inestricabile e stretta di rapporti nata da antichi legami tra le popolazioni europee.
 

Dunque qual’è la reale distanza tra noi cittadini europei “stanziali” e il mondo Rom considerato a torto esclusivamente “migrante” e del quale spesso viene disconosciuta anche l’identità europea?

Attraverso le storie di vita di familiari e di amici di musicisti ungheresi gipsy ripresi durante i concerti, il documentario vuole scoprire e dipanare dei fili di collegamento inaspettati. Le testimonianze riguarderanno sia esempi di unioni miste e di contaminazione culturale, sia persone sia sono arrivate a ricoprire ruoli importanti nella società pur provenendo da situazioni discriminate. Parleranno delle difficoltà affrontate per costruire carriere di successo da professionisti, politici, intellettuali e degli aiuti ottenuti. Altre storie riguarderanno i loro figli e il futuro che desiderano i giovani che si stanno sempre più integrando pur mantenendo l’orgoglio della propria cultura e delle origini.

Per arrivare a porsi l’ultima domanda: quali aspetti della cultura di un popolo europeo “migrante” possono arricchire una società globalizzata?

Le riprese dei concerti verranno utilizzate come spina dorsale del documentario, perché sia la musica sia le parole delle canzoni sono un mezzo potente per convogliare emozioni e sentimenti.  

 
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